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Christian Holstad. 2nds Pottery Sale (Practice makes practice)

Curated by Valentina Rossi

MASSIMODECARLO

Collector's Home

Via Alfredo Catalani 26, 20131, Milan, MI, Italy
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Opening
19 April 2026
from 11:00
Free admission

I buoni vasi sono quelli che mi piacciono… …a me.

Shoji Hamada

 

Lo yunomi costituisce forse il punto d’accesso più naturale al nuovo progetto di Christian Holstad, 2nds Pottery Sale: sia nella tradizione giapponese sia nel mercato informale di ciotole, tazze e oggetti d’uso costruito dall’artista, qualcosa si rivela proprio attraverso una tensione interna, un’apparente contraddizione.

 

La produzione di yunomi appartiene alla tradizione ceramica giapponese, in cui il maestro realizza quotidianamente numerose ciotole da tè senza manico, reiterando il gesto fino a trasformarlo in un rituale, quasi in un atto respiratorio più che artigianale. Nella ripetizione si produce uno scarto impercettibile: dall’ordinario affiora qualcosa di inatteso, e nella pratica quotidiana prende forma una qualità rara, prossima allo straordinario.

 

Per 2nds Pottery Sale, Holstad presenta numerosi vasi e tazze che vengono disposti su lunghi tavoli e messi in vendita a un prezzo accessibile. (Il termine Pottery Sale, diffuso soprattutto nel mondo anglosassone, indica un evento in cui un ceramista vende direttamente al pubblico le proprie ceramiche, spesso in un contesto informale.)

 

Il progetto è stato concepito come dispositivo artistico e curatoriale per riflettere sul valore degli oggetti quotidiani e sulla tradizione della produzione ceramica.

 

All’interno di questa logica della ripetizione, Holstad introduce un ulteriore dispositivo visivo e concettuale: uno stencil di grandi dimensioni recante la frase “La pratica rende la pratica rende la pratica rende…”, potenzialmente reiterabile all’infinito. Applicato sopra l’insieme delle ceramiche, il testo contribuisce a trasformare la molteplicità dei singoli oggetti in una superficie discorsiva continua. La vendita stessa si configura così come un unico dispositivo unitario, attraversato da un ritmo visivo e semantico fondato sulla reiterazione.

 

Il progetto prende avvio da due riferimenti fondamentali. Il primo è Giorgio Morandi, la cui opera Holstad ha approfondito durante il suo insegnamento in Italia. Una parte significativa della produzione morandiana è dedicata alla rappresentazione di oggetti ordinari — bottiglie, vasi, contenitori — che popolavano il suo studio. Molti di questi manufatti erano oggetti comuni, spesso privi di un autore riconosciuto: utensili anonimi che, attraverso la pittura, vengono sottratti alla loro dimensione puramente funzionale e acquisiscono una nuova dignità estetica. L'opera di Morandi rende visibile, la presenza silenziosa degli oggetti, mostrando - pur senza volerlo - anche il lavoro invisibile di artigiani e produttori.

 

“Dopo aver visitato lo studio di Morandi”, racconta Holstad, “ho chiesto informazioni sui realizzatori di tutte le ceramiche. Con mia sorpresa, c'erano pochissime informazioni scritte. Nessun inventario, né menzione nel suo diario.”

 

Il secondo riferimento è la filosofia del ceramista americano Warren MacKenzie (1924–2018), uno dei principali esponenti della tradizione dei production potters. Attivo in Minnesota — lo stesso stato in cui Holstad è cresciuto — MacKenzie sosteneva che il valore delle ceramiche risiedesse soprattutto nel loro uso quotidiano. I suoi oggetti non erano concepiti come opere da esporre in galleria, ma come utensili destinati alla vita di tutti i giorni.

 

“Ricordo di essere rimasto nel fienile di Warren MacKenzie a osservare i vasi disposti su un tavolo”, racconta Holstad. “Nel suo studio si stava preparando una vendita: su lunghi tavoli erano allineati numerosi pezzi, ciascuno con il prezzo segnato sul fondo. Col tempo, quando MacKenzie acquisì notorietà, le persone iniziarono ad acquistare le opere come investimento. Questo lo rattristava profondamente, perché era convinto che il valore di un vaso risiedesse nel suo uso: una tazza inutilizzata, per lui, era una tazza senza valore. Decise allora di marchiare tutti i vasi con lo stesso segno, indipendentemente da chi li avesse realizzati — apprendisti, amici o familiari — così che chi acquistava potesse scegliere solo in base alla forma e alla funzione, e non alla firma”.

 

Holstad ricerca l’unicità non nel singolo oggetto, ma nell’incontro e nello scambio. Come MacKenzie, invita amici e collaboratori a partecipare alla produzione; tuttavia, la maggior parte degli oggetti in vendita è realizzata dall’artista stesso, formatosi come ceramista sotto la guida di Ken Ferguson al Kansas City Art Institute.

 

Il titolo dell'evento — 2nds Pottery Sale (Practice makes practice) — esplicita ulteriormente questa dimensione processuale: l'accento si sposta dall'oggetto finito alla pratica che lo genera, dal valore dell'opera alla ripetizione del gesto. L'idea di “seconda scelta” introduce inoltre una riflessione critica sulle gerarchie del valore, mettendo in discussione i criteri di selezione degli oggetti in base alla loro qualità e conformità a standard produttivi, nonché le nozioni di perfezione e unicità che regolano tanto il mercato dell'arte quanto quello artigianale.

 

Il progetto intende mettere in discussione alcune dinamiche consolidate del sistema dell'arte: la separazione tra opera d'arte e oggetto d'uso, tra spazio espositivo e spazio commerciale, tra valore simbolico e valore economico. Se Morandi conferisce valore artistico agli oggetti quotidiani attraverso la pittura, Holstad compie un gesto complementare, trasferendo questo valore dalla riproduzione alla produzione.

2nds Pottery Sale propone una riflessione più ampia sul destino degli oggetti nella cultura contemporanea: artefatti semplici e quotidiani che, situati tra arte, artigianato, design e mercato, diventano strumenti per interrogare il valore delle cose e il ruolo che svolgono nella vita di tutti i giorni.

 

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